Mistero-Mente e l’Ignoto della Macchina
04 luglio 2026

Mistero-Mente e l’Ignoto della Macchina

Trame Interconnesse di Mondi

Il 9 di maggio il cammino di 3H – Homo, Humus, Humanitas si era fermato su una soglia: quella in cui mente e corpo cessano di apparire come sostanze distinte e si rivelano come una fusione originaria, una continuità che nessuna macchina può imitare dall’esterno perché nessuna macchina la abita dall’interno. Avevamo chiuso quell’incontro con una formula che è rimasta a lungo in ascolto: l’uomo restituito alla propria unità non è uno spettro nella macchina, ma carne che diviene coscienza.

Il 4 luglio la riflessione riprende da lì, ma sposta l’accento su un trattino. Mistero-mente, con il trattino a unire e insieme a separare, dice una vicinanza e una distanza che convivono: nulla ci appartiene quanto il nostro pensiero, eppure nulla ci sfugge con altrettanta ostinazione. Indagare la mente significa affidare alla mente stessa il compito di conoscersi, in un’operazione irrimediabilmente auto-riflessiva in cui il soggetto diventa oggetto senza mai smettere di essere soggetto. È in questa cornice che si è inserito l’ignoto della macchina: non come minaccia da esorcizzare né come nuova divinità da venerare, ma come il luogo in cui l’uomo incontra, sotto forma di sistema, la parte ancora non interrogata della propria volontà.

 

Attorno a questo doppio mistero si sono seduti, in forma di tavola virtuale, l’architetto Maurizio Morgantini, Guido Perboli, Andrea Borroni, Paolo Zanenga, Rainer Weissengruber e Riccardo Piroddi, con un saluto giunto da Vienna della pianista Andrea Linsbauer.

Maurizio Morgantini: la lobotomia del territorio e il fuori di noi

Morgantini ha aperto isolando due fenomeni. Il primo, apparentemente semplice: il tempo tra domanda e risposta si è azzerato, e questa pretesa di tempo zero, nata nell’informatica, ha finito per contagiare ogni ambito organizzativo, fino a produrre quella che ha chiamato una militarizzazione del gesto, l’attesa di un’esecuzione immediata ed efficace a ogni comando. Il secondo fenomeno, più complesso, riguarda una capacità che l’uomo sottovaluta: quella di prendere le distanze da se stesso, di guardarsi come si guarda un oggetto lontano.

Da qui Morgantini ha condotto la platea sul territorio, che diventa la chiave di lettura più concreta della macchinizzazione contemporanea. Decenni di iper-organizzazione hanno frazionato lo spazio – il territorio come la casa, ridotta ad angolo cottura e angolo salotto – secondo un’eredità tardo illuminista che ha tradito la brillantezza del pensiero dei Lumi trasformandola in pretesa sequenziale ed enciclopedica. Il risultato è una vera e propria lobotomizzazione del territorio: città trasformate in Frankenstein di circonvallazioni, dove il bene e il male – l’attività produttiva che dà reddito e insieme inquina – convivono come un dottor Jekyll e mister Hyde permanenti, senza che sia più possibile separarli lungo un confine etico netto. Il passo successivo, ha suggerito Morgantini, richiede una cognizione del tempo da reinventare, capace di far coesistere il tempo zero con il tempo lungo dell’albero.

Nel suo secondo intervento Morgantini è tornato sull’origine del desiderio tecnologico con l’esempio dell’aereo: non inventato a fine Ottocento, ma sognato molto prima, quando un sogno individuale è diventato sogno collettivo e poi mito, fino a incarnarsi nella convergenza di più tecniche. Da qui una provocazione che ha attraversato tutto il pomeriggio: quando creiamo una protesi del corpo o della mente, diventiamo noi al servizio dei sistemi che abbiamo creato per servirci – l’umanità intera lavora oggi per tenere in vita gli aeroporti, il turismo, le infrastrutture che dovevano solo portarci più lontano più in fretta. E se la storia non fosse quella linea che va da Adamo ed Eva verso la moltiplicazione, ma il suo esatto contrario, un moto dalla molteplicità verso l’uno? Un’oscillazione, ha detto, più vicina all’immagine di un pendolo quantistico che a quella di una freccia.

Paolo Zanenga: i moloch della modernità, tra Darwin ed Eros

Zanenga ha proposto un attraversamento serrato dei moloch della modernità, i falsi idoli che vanno abbattuti per affrontare il doppio mistero della macchina e dell’humanitas. Il primo è Darwin stesso, o meglio la lettura riduttiva del darwinismo come pura selezione ambientale: la prospettiva più aggiornata, ha ricordato citando la simbiogenesi e il concetto di olobionte, mostra organismi che costruiscono insieme l’ambiente che li seleziona, in ordini sempre emergenti e mai lineari. Il secondo moloch è proprio la separazione tra mente e corpo: siamo il nostro connettoma, ha detto riprendendo Sebastian Seung, non l’inventario dei neuroni ma la trama delle loro connessioni, al punto che vita e cognizione coincidono – lo confermano Bateson, per cui l’informazione è un evento di relazione, e l’autopoiesi di Maturana e Varela.

Da qui Zanenga ha esteso il ragionamento alla convergenza tra biologia e fenomenologia – il vivente conosce in quanto vive – fino al concetto di biotecnocenosi, un ambiente in cui organismi biologici e dispositivi tecnologici si integrano e generano pattern cognitivi condivisi. Anche la separazione tra natura e cultura è un moloch, ha aggiunto richiamando Bruno Latour e i suoi ibridi, e Tim Ingold, per cui gli umani non stanno sopra l’ambiente ma partecipano al meshwork del vivente come fili intrecciati ad altri fili. In questa tessitura, però, esistono linee che generano ed Eros e linee che si spezzano, malate come cellule cancerose: sono i demoni induttori di paranoia di cui parlava James Hillman, il principio del thanatos che è, più che morte biologica, una morte di senso. La Smart City descritta da Morgantini, ha concluso Zanenga forzando un poco il discorso, è appunto una di queste paranoie: per affrontare il mistero della macchina occorre prima liberarsi dai moloch e recuperare un pensiero più libero, capace di scegliere ogni giorno, anche a livello inconscio, tra Eros e thanatos.

Nel suo secondo intervento Zanenga ha rovesciato l’opposizione tra vivente e macchina: la macchina davvero deterministica, quella immaginata da Laplace come un grande orologio, non è mai esistita se non come sogno umano di controllo. Anche i sistemi che chiamiamo macchine sono in qualche modo viventi, soggetti a un’epigenetica propria – lo sanno bene gli artigiani e i grandi ingegneri, che non ottengono mai esattamente ciò che avevano progettato. L’esempio è il violino di Stradivari: analizzato nei minimi dettagli fisico-chimici e replicato in laboratorio, non ha mai restituito lo stesso suono, perché si possono replicare i cadaveri ma non i viventi. Su questa base Zanenga ha lanciato una provocazione per i prossimi incontri: decidere è sempre una sconfitta, perché significa non avere conoscenza sufficiente – se l’avessimo, la scelta sarebbe una deduzione, non una decisione.

Guido Perboli: l’Alzheimer preconfezionato e i sistemi verticali

Perboli ha riportato la discussione “a livello terra terra”, ricordando che dietro le visioni più alte resta una macchina che procede per stati e che deve la propria efficacia alla capacità di elaborare enormi quantità di dati e di costruire simulacri sempre più vicini all’umano – senza però possedere né anima né capacità cognitiva autonoma: simula processi umani, non li emula. Da qui la distinzione, centrale nel suo intervento, tra sistemi generalisti e sistemi verticali: mentre si rincorre l’intelligenza artificiale generale, capace di elaborare in modo assolutamente trasversale, nella pratica professionale serve sempre più spesso una conoscenza verticalizzata, organizzata – come fanno alcuni sistemi cinesi – in gruppi di esperti che si confrontano tra loro prima di restituire una risposta unica.

Perboli ha poi insistito su un limite strutturale: questi sistemi sono euristici, non garantiscono la soluzione ottimale e hanno un margine d’errore che può arrivare fino al 15-20%, perché sono costruiti per rispondere comunque, anche quando non hanno alcuna base per farlo. A complicare le cose, l’esaurimento dei dati disponibili sul web ha spinto verso l’uso di dati sintetici generati dalle macchine stesse, introducendo un rumore di fondo che si autoalimenta. Da qui la sua immagine più efficace: questi sistemi sono come una persona con un Alzheimer preconfezionato, con una memoria che si esaurisce oltre una certa soglia, perché allungarla richiederebbe una quantità di dati che cresce in modo esponenziale e non lineare. Il futuro, ha concluso, non è nella generalità ma nella specializzazione – un cacciavite adatto a un compito preciso, e a deciderlo resta comunque l’uomo, non il cacciavite.

Nel secondo giro Perboli ha ribadito che i sistemi di intelligenza artificiale restano, per definizione, sistemi di supporto alla decisione: la decisione è propria dell’umano, non della macchina, perché la macchina non è un soggetto giuridico. Lo conferma l’AI Act con il suo human oversight. Ha portato esempi concreti – il medico che scarica la colpa sull’algoritmo salvo scoprire che a rispondere è comunque chi ha firmato, l’avvocato la cui sentenza scritta con l’IA resta sua responsabilità – per mostrare come l’intelligenza artificiale abbia il merito, quasi paradossale, di costringerci a chiederci finalmente chi prende davvero le decisioni che prima attribuivamo genericamente “all’algoritmo”. Resta aperto, ha aggiunto, il nodo assicurativo dei veicoli a guida autonoma: chi assicura una macchina di cui non si conoscono con precisione i test.

Andrea Borroni: la persona, il corpo e il diritto senza mente

Borroni ha impostato il proprio intervento su un punto fermo: il diritto, da duemila anni, non definisce l’intelligenza né la coscienza o la creatività, ma disciplina la distribuzione del rischio. Regolare l’intelligenza artificiale non significa quindi regolare una mente, ma responsabilità, affidamento e danno – ed è per questo che rischiamo di costruire una disciplina speciale per il solo fatto che uno strumento si chiama intelligenza artificiale, creando asimmetrie regolatorie tra tecnologie che producono lo stesso effetto. Il problema, ha insistito, non è cosa pensi la macchina, ma quanto spazio siamo disposti a lasciare alla decisione umana: ogni volta che deleghiamo una scelta alla macchina, stiamo in realtà scegliendo di rinunciare a una parte della nostra autonomia – il decidere di non decidere, per riprendere Eliot.

Nel secondo intervento Borroni ha affrontato il nodo più radicale: il diritto è sempre stato costruito sull’idea che mente e corpo appartenessero allo stesso soggetto, e questa connessione oggi si rompe. Una macchina può generare un linguaggio, una memoria, persino una qualche forma di creatività o di capacità decisionale, ma senza corpo – non ha dignità, non soffre, non muore, non eredita, non si sposa. Per questo il diritto continua, oggi, a rispondere di no alla domanda se possa esistere una mente senza corpo, pur essendoci costretto a rifletterci per la prima volta nella sua storia. Borroni ha inoltre allargato lo sguardo oltre la tradizione europea, ricordando che le concezioni islamiche, africane e asiatiche della persona sono spesso più relazionali o comunitarie: la domanda sull’intelligenza artificiale, ha concluso, non è dunque universale ma culturalmente determinata, ed è bene ricordare che il diritto non nasce per spiegare che cosa sia la mente, ma per stabilire chi ne risponda.

Riccardo Piroddi: la caverna, la foresta e il creatore di tavole

Piroddi ha condotto la platea nel territorio di Nietzsche, aprendo dal passo del cammino del creatore ne Così parlò Zarathustra, dove il peggior nemico che si possa incontrare è sempre se stessi. La caverna e la foresta – platonica l’una, dantesca l’altra – evocano per Piroddi la condizione originaria e selvaggia dell’uomo, fatta di istinti, paura e diffidenza, quelle che Spinoza chiamerebbe passioni tristi: Nietzsche chiede di andarne oltre, e lo fa attraverso il concetto di genealogia, una costruzione continua che rimette perennemente in discussione se stessa.

Il cuore dell’intervento è però una tesi che Piroddi ha definito quasi provocatoria: annunciando la morte di Dio, Nietzsche ha aperto uno spartiacque nella filosofia occidentale, ma proprio oggi quella morte sembra smentita, perché Dio non è morto – è risorto nella tecnologia. L’uomo, ha argomentato, ha strutturalmente bisogno di un riferimento trascendente, e il creatore di tavole nietzschiano, colui che crea da sé i propri valori senza più alcun assoluto a cui appoggiarsi, si scontra con una natura umana che fatica a reggere quel vuoto. Piroddi ha raccontato di aver maturato questa riflessione dopo la domanda di un proprio studente: che la tecnologia, oggi, sia diventata proprio quell’assoluto che Nietzsche aveva combattuto. Da qui la sua conclusione, insieme ammirata e preoccupata: Nietzsche resta un faro imprescindibile, ma la vera posta in gioco è capire quanta parte dell’umanità, priva degli strumenti per navigare la tecnologia, rischia di eleggerla a nuovo assoluto.

Rainer Weissengruber: la scuola, l’arte e il valore dell’ignoto

Weissengruber ha aperto dichiarandosi colpito, più che dai contenuti tecnici, dalla visione di unità tra mente e corpo proposta in apertura, e ha lanciato una proposta operativa: raccogliere in un unico filo conduttore tutto ciò che nelle diverse sedute di 3H è stato detto sul superamento dei moloch della modernità. Da qui il collegamento diretto al titolo dell’incontro: mistero, mente, l’ignoto e la macchina non sono solo un’etichetta, ma un programma educativo. Dopo quarant’anni di insegnamento liceale, ha detto, resta convinto che la scuola non sappia più restituire il vero valore del mistero: il mistero come compito da affrontare, non come lacuna da colmare, e l’ignoto come un bene per l’umanità, perché sapere che qualcosa resterà sempre al di là della nostra comprensione ci arricchisce.

Weissengruber ha portato l’esempio dell’arte – richiamando un artista scultore già ospite di precedenti incontri 3H – come luogo in cui l’ignoto si manifesta in modo particolarmente evidente: un’opera non si lascia mai spiegare fino in fondo, perché ogni spettatore ne compie un’interpretazione propria, irriducibile a quella del vicino. La scuola di domani, ha concluso, deve fare spazio a questo territorio artistico, alla creatività e alla libertà di interpretare, accettando l’ignoto come elemento che arricchisce piuttosto che minacciare. Proprio nel segno di questa apertura a mondi plurali e interconnessi, Weissengruber ha introdotto il saluto della pianista viennese Andrea Linsbauer, che ha portato i propri saluti da Vienna e la disponibilità a un futuro contributo musicale ai lavori di 3H, un’associazione – come ha ricordato Piergiorgio Valente accogliendola – transdisciplinare e intergenerazionale per vocazione, mai enciclopedica nelle pretese ma sempre aperta a chiunque voglia portare il proprio contributo.

Riepilogo: il filo che tiene insieme la giornata

L’incontro del 4 luglio si può leggere come una diagnosi corale dei moloch che oggi rischiano di sostituirsi al pensiero critico: il moloch dell’efficienza e del tempo zero (Morgantini), il moloch darwiniano e quello della separazione mente-corpo (Zanenga), il moloch della macchina come nuovo criterio organizzativo capace di insegnare all’uomo la propria grammatica, fino a fargli imitare se stessa. Su questo sfondo si è mossa la domanda giuridica di Borroni – che cosa protegge davvero il diritto, se non la persona con il suo corpo – e quella tecnica di Perboli, per cui l’intelligenza artificiale resta uno strumento euristico e fallibile, mai un soggetto capace di decidere. Piroddi ha offerto la chiave filosofica per leggere questa condizione: se l’uomo ha bisogno strutturale di un assoluto, la tecnologia rischia di occupare lo spazio lasciato vuoto dalla morte di Dio annunciata da Nietzsche. Weissengruber ha chiuso il cerchio spostando la domanda sul futuro, sull’educazione e sulla necessità di insegnare a convivere con il mistero e con l’ignoto invece di volerli eliminare.

Concetti ricorrenti

Il filo che lega questa giornata alle precedenti tappe del ciclo passa per alcune parole chiave che meritano di essere seguite nei prossimi incontri: il trattino di mistero-mente, che tiene insieme vicinanza e distanza; i moloch della modernità, da abbattere uno per uno prima di poter affrontare la macchina senza idolatria né demonizzazione; la lobotomizzazione del territorio, che lega il linguaggio urbanistico a quello giuridico e fiscale; la coppia caverna-foresta, ponte tra Platone, Dante e Nietzsche; il connettoma e l’autopoiesi, che spostano l’identità dalla sostanza alla trama delle relazioni; e la decisione come taglio, atto che espone sempre a un rischio che nessuna delega alla macchina può davvero eliminare.

Il prossimo appuntamento

Chiudendo i lavori, Piergiorgio Valente ha annunciato che il prossimo incontro affronterà il tema della robotica digitale: l’intelligenza artificiale che abita un corpo umanoide attraversa lo spazio fisico, e il corpo torna così ad acquisire peso nel luogo, con una responsabilità che si fa manifesta nello spazio invece che restare confinata nella dimensione del linguaggio e del dato. Il cammino di 3H – Homo, Humus, Humanitas prosegue sabato 3 ottobre 2026, per continuare a tessere insieme, come richiamato più volte nel corso della giornata, il filo che unisce segno e sogno, mente e corpo, umano e macchina.