Mentecorpo e gli Spettri della Macchina – Tracce Interconnesse di Mondi
09 maggio 2026

Mentecorpo e gli Spettri della Macchina

Tracce Interconnesse di Mondi

Il quarto incontro del ciclo 3H – Homo, Humus, Humanitas si è aperto con una domanda che resta aperta: dove finisce il corpo e dove inizia la mente? E, più in profondità, dove finisce l’umano e dove inizia la macchina?

Dopo aver attraversato il cambiamento paradigmatico introdotto dall’incontro tra Intelligenza Artificiale e Metaverso nell’ottobre 2025, dopo aver interrogato i metadomini digitali e i flussi cognitivi nel novembre 2025, e dopo aver esplorato la creatività umana alla luce delle tecnologie generative nel marzo 2026, il percorso di 3H si è addentrato nel territorio più intimo e controverso: il rapporto tra mente e corpo nel tempo in cui la macchina sembra pensare, sognare, creare.

Il corpo che abita il mondo

A introdurre i lavori è stato Piergiorgio Valente, che ha fissato il punto di partenza con una precisione fenomenologica: il corpo non occupa semplicemente uno spazio, lo abita. Il mondo non è davanti a un soggetto astratto, ma si offre a un essere che cammina, tocca, desidera, cade e si rialza, soffre e trasforma l’esperienza in senso.

Parlare di mente e corpo non significa negare la distinzione tra processi mentali e processi corporei, ma evitare che questa distinzione diventi una separazione di ordine ontologico. La differenza resta, come articolazione interna di un’unica vita. Ed è proprio questa interconnessione il punto più urgente da interrogare nel momento in cui l’intelligenza naturale si confronta con l’intelligenza artificiale.

La creatività come condizione antropologica

Il primo intervento è stato affidato ad Alessandro Bertirotti, docente di Antropologia per il Design presso l’Università di Genova. La sua tesi di fondo: la creatività non è una facoltà opzionale dell’essere umano, ma una sua condizione costitutiva. L’uomo non può non essere creativo. E questa creatività si radica nel corpo, non nella sola mente.

Bertirotti ha illustrato il modello delle tre reti cerebrali che interagiscono nell’atto creativo: la Default Mode Network, legata all’immaginazione spontanea e al vagabondaggio mentale; la Executive Control Network, che valuta, seleziona e dà forma; e la Salience Network, che regola il passaggio dinamico tra le prime due. La massima efficienza creativa emerge quando queste reti dialogano – quando pensiero divergente e pensiero convergente non si escludono ma si alimentano a vicenda.

Bertirotti ha poi distinto tre forme di creatività: combinatoria (unire elementi esistenti), esplorativa (scoprire entro le regole date) e trasformativa (rompere le regole, porre domande nuove). La terza è la più rara e la più evolutivamente significativa. L’intelligenza artificiale, per come la conosciamo oggi, è uno strumento potentissimo di elaborazione e ottimizzazione – ma la creatività trasformativa nasce da una meraviglia (thaumas, dicevano i Greci) che è strutturalmente legata al corpo, all’imprevedibilità dell’esperienza vissuta, alla plasticità cerebrale.

Il design come forma congelata, il sogno come bussola

Maurizio Morgantini, professore e architetto, ha portato nel seminario la prospettiva del progetto. Ha richiamato una formula spesso citata nel dibattito sulla creatività progettuale: il design come pensiero che precipita in forma. Nel momento in cui il processo creativo diventa oggetto, edificio o interfaccia, una parte della libertà si stabilizza in una struttura necessaria. Questo è il paradosso del progetto: deve essere libero per generare, ma deve prendere forma per esistere. Come ricordava il suo mentore J. Dublin: “il design è pensiero congelato.”

Morgantini ha poi allargato la riflessione al sogno come guida progettuale. In chiave simbolica, il richiamo a Don Bosco e a Brasilia evoca una città che la tradizione salesiana ha letto come realizzazione di una visione anticipatrice, di un sogno documentato e poi incarnato nello spazio. Il sogno inteso non come fantasia irrazionale, ma come anticipazione che orienta il percorso collettivo.

Ha sollevato anche un’inquietudine condivisa: la lunga stagione della semplificazione digitale ha favorito nei processi cognitivi una tendenza verso schemi binari e deterministici. I passaggi in corso verso il quantum computing – con la sua capacità di gestire la distribuzione probabilistica del dato invece della sua certezza – potrebbero aprire nuove possibilità. Ma la strada è ancora lunga.

L’idolo funzionale

Franco Simeoni ha scelto di partire dalla spiritualità, portando nel seminario una voce diversa dalle precedenti. Ha richiamato una poesia di Umberto Sala come esempio di intreccio tra razionalità, emozione e dimensione spirituale – e ha sostenuto che la creatività più fertile emerge quando tutte e tre le sfere dialogano. L’intelligenza artificiale, per come è strutturata, privilegia il calcolo e la riduzione dell’incertezza, e fatica a fare spazio alle altre due dimensioni.

Ha poi evidenziato quattro risposte possibili di fronte a una tecnologia diventata opaca nella propria logica interna: l’idolatria (accetto ciò che non capisco), l’obbedienza (eseguo senza interrogare), la rivolta (combatto senza comprendere), la separazione (uso solo il minimo necessario). Tutte e quattro, ha concluso Simeoni, uccidono l’innovazione e producono una società governata dall’efficienza senza meraviglia.

Piergiorgio Valente ha collegato questo tema al personaggio di HAL 9000 in 2001: Odissea nello spazio – il computer di bordo la cui razionalità apparentemente infallibile genera fiducia proprio mentre rivela i limiti di un’intelligenza senza incertezza. Quando una tecnologia viene sottratta alla critica, non è più uno strumento: diventa un idolo funzionale.

Coscienza, corpo e i confini del vivente

Guido Perboli ha introdotto una riflessione sui limiti dell’intelligenza artificiale a partire dalle neuroscienze e dalla fisica. Ha citato il Blue Brain Project – il programma europeo di simulazione neurocomputazionale sviluppato all’EPFL di Losanna – come punto di riferimento per comprendere la complessità dell’architettura cerebrale umana e la distanza strutturale che ancora separa il cervello biologico da qualunque modello artificiale oggi disponibile.

Su un fronte connesso ma distinto, ha richiamato la teoria Orch-OR, proposta dal fisico Roger Penrose e dall’anestesista Stuart Hameroff, secondo cui i microtubuli – strutture interne ai neuroni – potrebbero ospitare fenomeni quantistici legati all’esperienza cosciente. Si tratta di un’ipotesi affascinante e ancora molto dibattuta nel mondo scientifico: i principali critici sostengono che il cervello sia un ambiente troppo caldo e instabile perché la coerenza quantistica possa mantenersi abbastanza a lungo da essere rilevante. Il dibattito è aperto. Ciò che resta fermo è la tesi di fondo: l’intelligenza artificiale è oggi un modello statistico – uno strumento straordinariamente potente, ma distinto dalla coscienza umana per natura, non solo per grado.

Paolo Zanenga ha chiuso la tornata degli interventi con una riflessione sull’autopoiesi. Il vivente – a differenza della macchina – è un sistema che si produce e si mantiene attraverso la propria organizzazione interna, aperto agli stimoli, alle emozioni, ai segni che attraversano il processo vitale. La macchina, per ora, è allopoietica: produce effetti verso l’esterno, ma non genera se stessa. L’ipotesi di un sistema artificiale che un giorno diventi autopoietico – se dotato di un corpo capace di trasmettere emozioni e di apprendere dall’esperienza – resta un interrogativo teorico aperto, che pone domande decisive sul confine tra il vivente e il non vivente.

Il prossimo incontro

Il seminario del 9 maggio si è chiuso con l’annuncio del prossimo appuntamento: 4 luglio 2026, stesso orario, stesso spazio condiviso di 3H, Società Diotima e Centrum Latinitatis Europae. Il tema tornerà al cuore del ciclo – mente, corpo e atto creativo – approfondendo la dimensione del vagabondaggio mentale e della meraviglia come motori della creazione.

Il punto di partenza resta questo: l’atto creativo non nasce nel quieto, ma nella frizione tra ciò che vuole apparire e ciò che resiste all’apparizione. La mente accende la possibilità. Il corpo la mette alla prova. E la creatività nasce dalla scintilla prodotta da quella relazione.

Il cammino procede. Solo chi ha radici profonde può crescere in altezza.