Dopo aver attraversato la fenditura tecnologica del 4 ottobre e interrogato lo spazio topologico dei metadomini l’8 novembre, il cammino di 3H – Homo, Humus, Humanitas giunge il 7 marzo 2026 al cuore della questione: la creatività.
Non la creatività intesa come semplice produzione di forme o generazione di contenuti – compito che l’Intelligenza Artificiale svolge ormai con inquietante naturalezza – ma la creatività come eccedenza dell’umano rispetto al mondo dato. Quella forza che spinge l’uomo a trasfigurare il reale, ad anticipare ciò che ancora non esiste, a istituire strutture simboliche che diventano mondo.
Se la creatività nasce da qualche parte, nasce da una crepa. Non da un programma, non da un’istruzione, ma da una fenditura nel reale – quel momento in cui l’ordine del mondo appare incompleto, perfettibile, e qualcosa spinge ad andare oltre.
L’artista, il filosofo, lo scienziato, il giurista condividono lo stesso gesto originario: vedere la crepa prima degli altri. Da questa intuizione nascono tre movimenti. La trasfigurazione, in cui il reale viene interpretato e reinterpretato. L’anticipazione, in cui l’uomo pensa ciò che ancora non esiste. E l’istituzione simbolica, in cui il pensiero crea strutture che diventano mondo.
Ecco il paradosso della creatività: da un lato un ego che vuole affermarsi, dall’altro un logos che eccede quell’ego nell’atto creativo. Chi crea non possiede le idee: è il luogo in cui le idee accadono. Per questo i momenti creativi più alti vengono descritti come ispirazione, illuminazione, rivelazione – il passaggio in cui l’ego si riconosce come soglia verso qualcosa di più grande.
Il maestro scultore Renzo Maggi ci ricorda che la creatività non è soltanto pensiero: è gesto, materia, corpo. Le mani che modellano l’argilla, che affrontano il marmo, che entrano nella materia compiono milioni di movimenti – ciascuno guidato da un inconscio creativo che si è sedimentato negli anni, nutrito di Michelangelo e Scopas, di Marino Marini e della ritrattistica greco-romana.
L’organicità surrealista – come Maggi la definisce – è una forma del vivente che non obbedisce alla semplice anatomia del reale. Lascia che materia, sogno e istinto si compenetrino in una metamorfosi dove il ramo non termina nel ramo ma prolunga nervature già in potenza, la carne non si chiude nel corpo ma fiorisce come simbolo, e l’occhio non guarda soltanto ma pensa.
È qui che emerge con forza la distanza dall’Intelligenza Artificiale: la stampa 3D può replicare una forma, la robotica può scolpire il marmo, ma nessun algoritmo carpisce i segreti della pietra. L’opera inimitabile nasce da quel magma sgangherato e organico al tempo stesso che è l’intelligenza naturale – non ordinata, non lineare, ma vulcanica.
La mitologia greca offre una lente potente per leggere il nostro presente. Prometeo – colui che pensa prima – ed Epimeteo – colui che pensa dopo – incarnano le due polarità della condizione umana di fronte all’innovazione.
Prometeo dona all’umanità il fuoco, la tecnica, la scrittura. Ma la scrittura – avverte il Fedro di Platone – aiuta il ricordo e danneggia la memoria. Il ferro e l’oro, frutti dell’ingegno prometeico, provocano la guerra. La creatività che eccede i limiti sconfina nella hybris – Medea che nella vendetta uccide i propri figli, Antigone che nella sua pietas rifiuta ogni compromesso.
Epimeteo, d’altro canto, dimentica di distribuire all’uomo la giustizia e la capacità politica. Senza queste, gli uomini si annientano a vicenda. Servirà l’intervento di Zeus per restituire ciò che la creatività tecnica da sola non può generare: il senso della comunità e della giustizia.
Noi, oggi, siamo figli di entrambi. Prometei nell’innovazione tecnologica, Epimetei nella tardività con cui ne comprendiamo le conseguenze. La domanda che attraversa il seminario del 7 marzo è se possiamo integrare queste due nature – lo sviluppo materiale e il progresso morale – prima che la crepa diventi frattura irreparabile.
Paolo Zanenga introduce una chiave di lettura di lungo periodo: il disincanto. A partire dalla fine del Settecento, l’estetica si è separata dalla generazione, la teoria dalla prassi, il progetto dalla costruzione. I maestri costruttori di cattedrali operavano con regole dinamiche in cui progetto e costruzione coesistevano; la modernità li ha scissi.
In questo processo, la magia – intesa non come superstizione ma come fede nelle potenzialità della materia, come potere dell’immaginario di diventare attuale – è stata espulsa. La radice mag che ritroviamo nel latino magnus, nel greco mega, nell’inglese may e make, nel tedesco machen – creare, poter fare, grandezza – è stata degradata a illusione.
Il negotium ha soffocato l’otium – quell’equivalente latino della scholè greca in cui l’essere umano può essere non solo creativo ma creatore. L’indaffaramento ha relegato il pensiero contemplativo a funzione collaterale, e i leader del mondo vengono oggi dalle Business School, non da scuole di creatività.
Eppure qualcosa sta cambiando. Lo statuto ontologico della realtà si trasforma. L’Intelligenza Artificiale – fenomeno complesso che appartiene alla sfera del non-determinismo – non è gestibile con le categorie dell’illuminismo razionalista. L’immaginario torna a essere riconosciuto come parte della realtà, perché quasi tutto ciò che esiste, prima di esistere, è stato immaginato.
Se la creatività può emergere anche da un algoritmo, chi è davvero l’autore? Il professor Fabio Zambardino pone la questione con la formula provocatoria: algoritmo, dunque autore – eco della formula cartesiana, dove al pensiero che fonda l’essere si sostituisce il calcolo che fonda l’autorialità.
Fino a ieri, autore significava persona umana. In tutte le tradizioni giuridiche – tanto nel Civil Law quanto nel Common Law – l’opera presuppone un atto creativo umano identificabile, imputabile, riconducibile a una volontà. L’intero sistema del diritto d’autore si costruisce su tre pilastri implicitamente antropocentrici: la titolarità originaria dell’autore, l’atto creativo come momento genetico dell’opera e il nesso tra opera e personalità.
Ma le reti neurali generative operano secondo logiche che non si esauriscono nell’esecuzione lineare di un codice chiuso. Prendono dai dati, modificano i propri parametri, producono output imprevedibili persino per il programmatore. L’opera non nasce più da un gesto puntuale ma da un processo evolutivo – non da un atto ma da una dinamica. Dove collochiamo, allora, l’atto creativo richiesto dal diritto?
La proposta non è attribuire personalità morale all’algoritmo, ma configurare una soggettività giuridica funzionale – strumentale, non ontologica – che eviti un vuoto di tutela. Il diritto, del resto, conosce già soggetti che non sono persone fisiche. Da qui nasce la categoria dell’autorialità algoritmica evolutiva: un framework che opera sul piano tecnico-procedurale, soggettivo-funzionale e sistemico-normativo, configurando una tutela sui generis compatibile con l’impianto tradizionale ma limitata ai profili economici.
La professoressa Catry Ostinelli porta la riflessione nel territorio della finanza e della gestione aziendale con una sintesi illuminante: l’algoritmo non motiva, l’algoritmo non trascina.
L’imprenditore visionario – colui che crea senso di responsabilità accanto al senso di motivazione – trova nell’IA un supporto formidabile per il brainstorming, la raccolta dati, il confronto sistematico. Ma nella capacità di coinvolgere, di ispirare, di trascinare, l’algoritmo tace. La responsabilità del dato, dell’informazione che guida le decisioni, resta in capo alle persone.
L’algoritmo può essere il nostro discepolo, non il nostro maestro. Il maestro – quando porta dentro il fuoco – non trasmette soltanto contenuti: genera una trasformazione ontologica nel discente. Irradia una tensione vitale che riorganizza l’interiorità di chi apprende. Questo è ciò che nessuna macchina può replicare.
Il professor Rainer Weissengruber riporta la riflessione alla scuola, con l’urgenza di chi ha dedicato quarant’anni all’insegnamento.
La scuola istituzionale, nella sua forma attuale, non può andare avanti: troppo algoritmica nel senso negativo del termine, incapace di dare vera motivazione.
Ma scholè e scuola non coincidono. La scholè è il tempo liberato, la sosta feconda, la disponibilità interiore al pensiero – una condizione dell’anima più che un’istituzione. Da qui la visione di una scuola del futuro che sia innanzitutto una scuola delle domande, dove il maestro non propone contenuti scolpiti nella pietra ma coltiva la motivazione, lo spirito critico, il coraggio di ammettere l’incertezza.
Euripide nelle Baccanti scriveva: il sapere non è Sapienza. La Sapienza – sophia, femminile, creativa – potenzia la vita. Il sapere neutro accumula nozioni. L’IA ci sfida a riscoprire questa distinzione: se la macchina può accumulare sapere all’infinito, a noi resta il compito di coltivare la sapienza – quel giudizio critico, quella phronesis, che trasforma la conoscenza in orientamento per la vita.
Un filo provocatorio attraversa il seminario: l’eccessivo antropocentrismo con cui pensiamo la creatività. Zanenga osserva che anche i musicisti umani, nella sostanza, ricombinano melodie, ritmi, strutture che appartengono alla storia della musicologia. Ariosto non avrebbe scritto l’Orlando Furioso senza Luciano di Samosata e la Chanson de Roland. Ci mettiamo sulle spalle dei giganti, ma i giganti avevano fatto lo stesso.
L’Intelligenza Artificiale, in questo senso, smaschera la presunzione umana di essere creatori assoluti. La scholè stessa richiede un’epoché – una sospensione della soggettività per lasciar entrare influssi esterni nel nostro pensiero. Forse, come suggerisce Weissengruber, è un dovere morale educare le nuove generazioni a una certa modestia: riconoscere che la sostanza di base è ereditata e sviluppata attraverso le generazioni, e che ricomporre con sapienza è già un atto creativo di grande valore.
Il seminario del 7 marzo 2026 chiude con un’apertura. Nella statua L’Egologo di Renzo Maggi – opera ancora da svelare, che accompagna il percorso 3H – l’arte è un corpo di verità, ma la verità è lo spirito dell’arte. Nelle sue tre tavole, pensate in analogia con le tre stagioni della vita, bellezza e verità coesistono come materia in divenire.
Il prossimo incontro – 9 maggio 2026 – opererà il ribaltamento: dalla creatività umana all’Intelligenza Artificiale, per esplorare come la macchina ricombina, genera, propone, e cosa questo significhi per il futuro della creazione condivisa tra umano e artificiale.
Perché se l’IA diventa capace non solo di dare risposte ma di fare domande – domande che tirino fuori il meglio della creatività umana – e se gli uomini, facendo domande all’IA, in qualche modo la migliorano, allora forse siamo davanti non a una sostituzione ma a una co-evoluzione creativa il cui esito è ancora tutto da immaginare.
Il cammino procede. Dopo aver attraversato il tempo, lo spazio e ora la creatività, il progetto 3H – Homo, Humus, Humanitas continua a tessere insieme tradizione umanistica e trasformazione tecnologica, nella convinzione che solo chi ha radici profonde può crescere in altezza.
