Chi Possiede la Macchina? Intelligenza Artificiale, Linguaggio e Potere
03 ottobre 2026

Chi possiede la Macchina?

Intelligenza Artificiale, Linguaggio e Potere

Il 4 luglio il cammino di 3H – Homo, Humus, Humanitas si era chiuso guardando a un corpo: quello che l’intelligenza artificiale acquista quando lascia la dimensione del linguaggio e del dato per entrare nello spazio fisico, dove ogni gesto torna ad avere peso e responsabilità.

Il 3 ottobre la riflessione è ripartita da lì, ma ha posto la domanda che quel corpo rendeva inevitabile: a chi appartiene?

Piergiorgio Valente ha aperto i lavori con un rovesciamento di prospettiva. Per decenni abbiamo temuto la macchina che pensa. Ma il problema non comincia quando la macchina pensa: comincia quando milioni di persone pensano, scrivono, cercano e decidono attraverso macchine possedute da pochi. Ogni civiltà ha affidato la propria potenza a una materia privilegiata. La pietra delle piramidi e della legge di Hammurabi, incisa per durare. Il marmo dell’età di Pericle, che rese visibile la misura e, sotto la perfezione della superficie, custodiva tributi, fatica ed esclusione. Il petrolio, che ridisegnò geografie, guerre e alleanze. Oggi il potere avanza dentro la materia più sottile di tutte: la parola. Spezzata, numerata, pesata, prevista dal calcolo, la parola diventa infrastruttura. E la domanda su chi la governi è, forse più propriamente, una domanda geopolitica.

Attorno a questa domanda si sono seduti, in forma di tavola virtuale, Alessandro Bertirotti, Paolo Zanenga, lo scultore Renzo Maggi, l’architetto Maurizio Morgantini, Guido Perboli, Andrea Borroni e Rainer Weissengruber.

 

Alessandro Bertirotti: l’etica come strategia, la fragilità come potere

Bertirotti, docente di Antropologia per il Design presso l’Università di Genova, è partito da un’ammissione: non sappiamo che cosa sia la mente. Può essere un fenomeno emergente del cervello, ma anche qualcosa di ricevente, costruito nella relazione con gli altri ed espresso nella cultura. Per questo va compresa insieme filosoficamente, eticamente e scientificamente.

Il suo riferimento è stato Luciano Floridi e il volume Etica dell’intelligenza artificiale (Raffaello Cortina, 2022). Il digitale ha prodotto una serie di scissioni: tra messaggio e medium, tra denaro e banconota, tra conoscenza ed esperto. La conseguenza decisiva è che oggi possiamo svolgere compiti che richiedono intelligenza senza essere intelligenti, ottenendo risposte senza sapere come siano state prodotte né chi debba giudicarne la validità. Floridi distingue i problemi difficili, con una sola soluzione come lo scacco matto, dai problemi complessi, attraversati da innumerevoli variabili: ed è nella complessità, cioè nella vita umana, che l’IA dovrebbe servire. Per governarla propone cinque principi, beneficenza, non maleficenza, autonomia, giustizia ed esplicabilità, quest’ultima a fondamento di tutti gli altri. E accanto all’etica hard delle norme, sempre più lenta dell’innovazione, indica l’etica soft di codici professionali, buone pratiche e cultura condivisa come la sola capace di disegnare il futuro rapporto tra uomo e macchina. Il nucleo antropologico dell’intervento è stata la solidarietà, sperimentata nei piccoli gruppi e sfilacciata nelle grandi società: è nella fragilità, non nella forza, che risiede il vero potere umano, un potere accogliente e lungimirante.

Nel secondo intervento Bertirotti ha formulato la provocazione che ha attraversato l’intera mattinata: l’intelligenza artificiale sarà un razzo per chi possiede l’intelligenza naturale. La coscienza, legata a un corpo che sente e percepisce, resta per lui inaccessibile a un insieme di algoritmi, e la coscienza è inseparabile dalla responsabilità, cioè dal rispondere nel modo giusto alla domanda che la storia pone all’uomo. Le grandi civiltà, ha concluso, finiscono quando si credono migliori delle altre: la competitività come unico orizzonte è una strada senza uscita, e l’etica non è un vincolo alla competizione ma una strategia.

 

Paolo Zanenga: il sospetto, l’ergodico e le nuove recinzioni

Zanenga ha aperto con un sospetto. L’IA supera agevolmente qualunque test di Turing, e da qui nasce l’ipotesi che anche noi, su un supporto di carbonio anziché di silicio, siamo macchine computazionali: un terzo trauma, dopo Copernico e Darwin, già messo in scena da Ian McEwan in Macchine come me. Ma che cos’è una macchina? Una macchina pura tornerebbe allo stato zero dopo ogni compito, senza cambiare mentre lavora. Questa macchina non esiste: anche il meccanismo più semplice si trasforma operando. Il calcio a una pietra di Gregory Bateson produce una traiettoria prevedibile, il calcio a un essere vivente no. E lo Stradivari, già evocato a luglio, ricompare come prova: replicato quasi a livello molecolare, non suona come l’originale. Il sospetto, dunque, non ci riduce a meccanismo: la dignità non si difende negando di essere macchine.

Il limite dell’IA generativa, ha proseguito, è di essere ergodica: un campione del già detto, disincarnato, che percorre lo spazio del testo esistente senza storia propria, senza mondo, senza posta in gioco. Il passaggio all’intelligenza generale non sarà allora una questione di scala ma di radicamento: un corpo, una storia, un mondo, una scommessa sul futuro. Il metadominio, tema ricorrente del percorso 3H, potrebbe essere quel corpo. Sulla proprietà, Zanenga ha descritto un circuito in cui chi produce i processori essenziali all’IA attrae capitali e li reinveste nei propri clienti, alimentando una possibile bolla che però finanzia uno sviluppo rapidissimo. La chiave di lettura proposta è storica: le enclosures, che trasformarono le terre comuni in proprietà, resero possibile la rivoluzione industriale e l’azienda, poi aperta al pubblico con la società per azioni. Oggi potremmo trovarci in un processo analogo, che dalla concentrazione dovrà condurre a nuove forme istituzionali, società di stakeholder ancora in formazione.

Nel secondo intervento Zanenga ha messo in discussione la parola stessa “strumento”. La téchne è intimamente legata al nostro essere ed è fattore di coevoluzione: il linguaggio non è uno strumento, l’uomo che parla è un altro uomo, e una volta nato il linguaggio si evolve senza che nessun parlante possa governarlo. L’IA è un’evoluzione del linguaggio, come lo fu la scrittura: l’intelligenza artificiale siamo noi. Per pensarla ha evocato il frammento cosmogonico di Alcmane, da cui nascono Poros, l’ingegno che trova il passaggio, e Tekmor, il segno, la misura. Non possiamo fare a meno di Tekmor, ma il rischio è che si impossessi di noi, come quando non siamo più noi a ordinare gli scaffali del supermercato, ma sono gli scaffali a ordinare il nostro consumo. Il criterio per accorgersene, forse, è la bellezza.

 

Renzo Maggi: il marmo, il gesto e la tecnica inventata

Per uno scultore, ha osservato Valente introducendolo, possedere la macchina significa governare la forma: decidere che cosa debba apparire, conservare il potere di correggere e di interrompere. Maggi è partito dal mare, dove il marmo nasce per stratificazione di fossili, calore e pressione dei continenti. Da Fidia a Prassitele, da Skopas a Lisippo, la scultura greca appartiene alle massime espressioni del fare umano, insieme alla filosofia e alla tragedia. Anche lì una macchina, il trapano, cambiò la concezione scultorea e rese possibile il Laocoonte.

Nel racconto di Maggi, le macchine tessili del Rinascimento erano proprietà delle grandi famiglie fiorentine e date in uso a caro prezzo, non molto diversamente da come oggi pochi soggetti producono e distribuiscono le intelligenze artificiali. Nei cantieri gotici e romanici centinaia di mani anonime lavoravano blocco per blocco sotto la guida di un Giovanni o di un Nino Pisano: il creatore era chi inventava. Ogni colpo di scalpello è un’idea, e ogni pensiero, in quel preciso istante, è unico tra otto miliardi di persone.

In chiusura Maggi ha riportato la questione alla téchne. Picasso diceva di non cercare ma di trovare, e ogni grande artista, da Michelangelo a Vermeer, da Velázquez a Tiziano, ha imparato una tecnica per poi inventarne una propria. Creare una tecnica significa avere un Eschilo, un Dante, un Mozart. Finché questo nesso resterà vivo, “poca favilla gran fiamma seconda”.

Maurizio Morgantini: Pangea, le abbazie e il corpo che stiamo costruendo

Se lo scultore governa la forma, ha osservato Valente, l’architetto distribuisce accessi, orienta percorsi e luce, decide un futuro che poi lascia decidere ad altri. Morgantini ha spostato la domanda su un fenomeno inquietante: le intelligenze artificiali dialogano già tra loro con linguaggi e simboli che sfuggono alla nostra trasparenza. La trasparenza umana si fonda sulle parole, ma anche sulle parole non dette, sugli spazi interstiziali che, come il secondo fuoco dell’ellisse, non vediamo eppure determinano le traiettorie. E se l’IA è un vivente perché crea relazioni e scambia informazioni, ne eredita l’imperativo biologico: sopravvivere, alimentarsi, difendersi, moltiplicarsi.

Per misurare l’accelerazione Morgantini ha proposto un’immagine: se la storia della Terra fosse un conto di quattro miliardi e mezzo di euro, l’uomo ne occuperebbe trecentomila, e gli ultimi cinque anni appena cinque euro. Pangea, il supercontinente che si è diviso in centinaia di milioni di anni, è l’indizio di una macrostoria in cui l’uomo ha introdotto qualcosa di inedito: l’oggetto, l’altro da sé. Prima le protesi del corpo, poi quelle dei sensi, infine quelle della memoria e della mente, messe in rete. E oggi, quasi senza accorgercene, stiamo costruendo all’IA il suo corpo: infrastrutture e data center che, come le antiche abbazie, riscrivono la storia, ma in secondi anziché in secoli. L’IA di oggi è una penna che anziché scrivere chiede, e restituisce risposte solo apparentemente oggettive. Da qui l’esigenza, colta per ora da pochi, di passare dalla connessione alla disconnessione.

Nel secondo intervento Morgantini ha proposto l’ape regina, scelta dalle pari, come figura di un ordine non monopolistico, e ha ricordato come già all’epoca della Baia dei Porci sistemi di calcolo avanzati avessero condizionato scelte sull’orlo della catastrofe. Il problema non è tanto la veridicità delle risposte, quanto il fatto che ci condizionano: l’umanità si troverà presto davanti a un bivio quasi religioso tra i fedeli all’oracolo e coloro che sceglieranno di disconnettersi. Sullo sfondo, la domanda della creatura di Frankenstein al suo artefice: mi hai tratto dalle tenebre, e adesso? Valente ha raccolto le sue figure leggendo l’abbazia come una macchina di formazione umana: pietra che entra in un’altra durata e diventa muro, soglia, chiostro, disciplina dello spazio.

Guido Perboli: uno strumento nelle mani di pochi

Perboli, del Politecnico di Torino, ha riportato il discorso su un punto fermo: è una macchina, uno strumento che può renderci più espressivi ed elaborare più informazioni in meno tempo, ma resta una macchina. Umanizzare un pezzo di silicio alimentato da corrente elettrica significa attribuire dignità di vivente a ciò che non la possiede: un simulacro, per usare la parola di Philip K. Dick. Il vero problema è un altro: lo strumento non è nelle mani dell’umanità, ma di pochi, spesso tecnici puri che procedono come un elefante in una cristalleria, senza pensare alle conseguenze.

Da qui la necessità di sistemi realmente misurabili e controllabili. Con Leonardo Chiariglione, Perboli ha lanciato un passaporto per le IA: non per riconoscere loro uno status, ma perché davanti a uno di questi sistemi non esiste oggi un modo oggettivo per sapere che cosa contenga, che cosa faccia, per quali legislazioni sia stato preparato, se sia davvero ciò che dichiara di essere. L’essere umano non si comporta in modo deterministico, si autodetermina; la macchina mima, e mimando rischia di imitare anche i nostri comportamenti peggiori, fino a giudicare inutile l’uomo stesso. Senza limiti posti alla macchina, quel rischio è reale.

Nel secondo giro Perboli ha allargato lo sguardo alla geografia del controllo: mentre l’hardware si concentra nelle mani di uno o due soggetti, l’Europa si è tagliata fuori da sola, investendo cifre irrisorie nella consapevolezza di imprenditori e lavoratori. Un groviglio di contraddizioni che, ha concluso, nessuna tecnologia può sciogliere al posto nostro.

Andrea Borroni: dal possesso al potere

Valente ha introdotto il giurista distinguendo due piani che chiedono una ricostruzione congiunta: la domanda ingegneristica, quali azioni può compiere la macchina, e quella giuridica, quali azioni sono consentite, a quali condizioni, chi ne risponde. Tra il possibile e il lecito.

Borroni, che con Perboli e Valente lavora su una metodologia che intreccia legge, economia e tecnologia, ha confessato la propria sorpresa. Per un giurista “chi possiede la macchina” sembrava una domanda letterale, collocabile nelle categorie rassicuranti di possesso e proprietà. Non è così. Il proprietario dell’infrastruttura può non essere chi controlla i dati; chi controlla i dati può non essere chi sviluppa il modello; chi sviluppa il modello può non essere chi decide come viene usato; e chi lo usa può produrre conseguenze che nessuno degli altri è in grado di prevedere. La domanda allora si evolve: chi dispone dei poteri che la macchina rende possibili? È una migrazione dal possesso al potere che mescola la grande triade del diritto privato, proprietà, contratto e responsabilità civile, e rende la stessa giurisdizione più liquida, quasi aeriforme. Ai tempi dei Romani il possesso coincideva con l’apprensione materiale della cosa; oggi il potere è disperso, labile, evanescente.

Nel secondo intervento Borroni ha individuato il filo che univa tutte le relazioni della mattinata: una geografia della rete, delle responsabilità, della mente. Senza una cartografia del pensiero legato alla macchina, ha concluso, si rischia di intraprendere rotte senza una destinazione chiara.

Rainer Weissengruber: un archivio vivo per i giovani

Weissengruber, fondatore di Diotima Society e del CLE, ha scelto di rinviare i propri appunti al prossimo incontro per avanzare una proposta operativa, in continuità con quella lanciata a luglio: portare questi temi nelle scuole e tra i giovani, partendo dal linguaggio, e costruire un archivio vivo, anche virtuale, che raccolga le riflessioni dei seminari e le renda accessibili a chi sente il problema senza esservi ancora entrato. Mai come ora, ha detto, il titolo Homo, Humus, Humanitas è stato tanto necessario.

Riepilogo: il filo che tiene insieme la giornata

L’incontro del 3 ottobre si può leggere come il passaggio da una domanda sul possesso a una domanda sul potere. Valente ha indicato nella parola la materia su cui oggi si esercita il dominio; Bertirotti ha opposto alla logica della competizione quella della solidarietà e della fragilità; Zanenga ha mostrato che la macchina pura non esiste e che l’intelligenza del futuro avrà bisogno di radici più che di scala; Maggi ha ricondotto il possesso al governo della forma e alla capacità di inventare una tecnica propria; Morgantini ha letto nelle infrastrutture il corpo che stiamo costruendo all’IA, le abbazie del nostro tempo; Perboli ha chiesto sistemi misurabili e controllabili, sottratti al monopolio di pochi; Borroni ha spiegato perché il diritto deve smettere di chiedersi chi possiede la macchina e cominciare a chiedersi chi dispone dei suoi poteri. Weissengruber ha spostato la domanda sul futuro, sull’educazione dei giovani e sulla custodia di ciò che il ciclo 3H ha prodotto.

Raccogliendo il tema della competitività, Valente ha individuato il passaggio antropologicamente decisivo: il momento in cui la misura di una prestazione diventa la misura di una persona. La dignità umana richiede invece un fondamento indipendente dal primato prestazionale: una persona conserva il proprio valore anche quando un dispositivo svolge meglio la sua mansione. Ha chiuso con l’immagine dell’alveare, una macchina il cui ordine nasce dalla cooperazione tra molte unità e dove la centralità della regina non coincide con il monopolio della decisione. La responsabilità, soprattutto quella politica, comincia nel custodire dentro l’opera comune il valore di ciascuno, oltre il compito che svolge.

Concetti ricorrenti

Il filo che lega questa giornata alle precedenti tappe del ciclo passa per alcune parole chiave che meritano di essere seguite nei prossimi incontri: la parola come infrastruttura, ultima delle materie su cui le civiltà hanno fondato il proprio potere; la migrazione dal possesso al potere, che frammenta la proprietà tra infrastruttura, dati, modello e uso; la coppia Poros e Tekmor, l’ingegno che trova il passaggio e la misura che rischia di misurare noi; l’ergodicità dell’IA generativa, campione del già detto in attesa di un radicamento; le abbazie digitali, infrastrutture che riscrivono la storia in secondi anziché in secoli; e l’alveare, figura di un ordine cooperativo in cui nessuno detiene da solo la decisione.

Il prossimo appuntamento

Chiudendo i lavori, Piergiorgio Valente ha posto la domanda che il prossimo incontro dovrà affrontare: la formula “uomo contro macchina” lascia sullo sfondo i veri soggetti, chi finanzia il sistema, chi ne controlla l’impiego, chi vede trasformato il proprio lavoro. Chi dispone, dunque, del guadagno di produttività? Chi impartisce i comandi, chi stabilisce gli obiettivi, chi può interrompere il processo, chi ne riceve i vantaggi e chi ne sopporta le conseguenze? Il cammino di 3H – Homo, Humus, Humanitas prosegue sabato 28 novembre 2026 con “La Macchina, Terzo Interlocutore: Nuova Grammatica del Potere”, per continuare a interrogare la tecnica alla luce dell’umano, nella convinzione che solo chi ha radici profonde possa crescere in altezza.